LE MODALITÀ DEL PARTO SI RIPERCUOTONO SULL’ALLATTAMENTO (SECONDA PARTE)

Nella prima parte dell’articolo , ho approfondito le conseguenze più frequenti della somministrazione alle donne di grossi quantitativi di fluidi per via endovenosa durante il travaglio e il parto e dei farmaci impiegati nell’epidurale:
• iperidratazione del neonato,
• ingiustificata integrazione per il bambino,
• potenziale febbre materna.

 

Elementi, tutti, che possono influire negativamente sull’avvio e sulla prosecuzione dell’allattamento. Si badi che non sto affermando che non si debbano mai effettuare interventi durante il travaglio e il parto. Non sarebbe corretto: a volte si rendono necessari interventi per evitare danni e perfino il decesso della madre, del nascituro o di entrambi.

 

Ma passiamo, adesso, ad approfondire alcune altre pratiche messe in atto durante il parto che possono interferire con l’avvio e la prosecuzione dell’allattamento.

 

Ossitocina (Pitocina)

 

Nei parti effettuati in ospedale, quasi a tutte le donne viene somministrata ossitocina per via endovenosa per “aiutare le contrazioni e accorciare il travaglio”. L’infusione di ossitocina è fatta proseguire anche dopo la nascita, per evitare emorragie post partum. Le donne che effettuano il travaglio in casa non assumono in genere ossitocina durante il travaglio stesso, ma ne ricevono un’unica iniezione dopo il parto, per prevenire le emorragie.

 

Come sappiamo, avere il bambino a contatto pelle a pelle immediatamente dopo la nascita e farlo attaccare al seno determina il naturale rilascio di ossitocina da parte dell’ipofisi della madre e fa diminuire il rischio di emorragia post partum in maniera appunto naturale.

 

Che cosa comporta l’impiego di ossitocina?

 

Lo studio di Jonas W et al., “Effects of intrapartum oxytocin administration and epidural analgesia on the concentration of plasma oxytocin and prolactin, in response to suckling during the second day postpartum” (Effetti della somministrazione di ossitocina e dell’analgesia epidurale intra partum sulla concentrazione plasmatica di ossitocina e prolattina a seguito dell’allattamento in seconda giornata post partum) [Breastfeeding Medicine 2009;4:70-82], indica che l’infusione di ossitocina causa effettivamente problemi. Secondo quanto affermano gli autori: “L’infusione di ossitocina riduce i livelli di ossitocina endogena in misura correlata alla dose”, inoltre “L’analgesia epidurale in combinazione con l’infusione di ossitocina influenza negativamente i livelli di ossitocina endogena”.

 

Ciò significa che è del tutto verosimile che, nei primi giorni, la madre possa avere un ridotto riflesso di eiezione del latte (ovvero problemi di fuoriuscita del latte stesso), il che potrebbe comportare una scarsa assunzione di latte da parte del bambino e, considerato l’approccio più diffuso negli ospedali nei confronti dell’allattamento, la conseguente integrazione con la formula, in genere non necessaria.

 

Lo studio di Gu V, Feeley N, Gold I et al., “Intrapartum synthetic oxytocin and its effects on maternal well-being at 2 months postpartum” (L’ossitocina sintetica intra partum e i sui effetti sul benessere materno a 2 mesi dal parto) [Birth 2016;43:28-35], conclude che “Le donne che a due mesi dal parto allattavano in maniera esclusiva avevano ricevuto significativamente meno ossitocina sintetica rispetto alle loro omologhe che allattavano in maniera non esclusiva. Dosi più elevate di ossitocina sintetica erano associate a maggiori sintomi di depressione, ansia e somatizzazione. La dose di ossitocina sintetica non era associata allo stress post traumatico perinatale”.

 

Questo risultato dimostra che le difficoltà che possono insorgere nei primi giorni, come quelle indicate da Jonas e da altri, possono avere effetti anche a lungo termine, fino a due mesi dal parto.

 

Induzione del travaglio

 

In alcuni ospedali, si induce il parto in almeno 1/3 dei casi, spesso per indicazioni discutibili (per esempio mancato avvio del travaglio a 41 settimane di gestazione o “inizio delle ferie del medico”). Che cosa comporta l’induzione del travaglio?

 

Fin troppe volte, la sequenza degli eventi è questa: l’induzione comporta spesso altri interventi, non di rado i progressi attesi non si verificano e tutto ciò porta di frequente al taglio cesareo.

 

Lo studio di Johnson DP, Davis NR, Brown AJ, “Risk of cesarean delivery after induction at term in nulliparous women with an unfavorable cervix” (Rischio di parto cesareo a seguito di induzione di donne nullipare a termine con cervice sfavorevole) [Am J Obstet Gynecol 2003;188:1565-72], mette in luce perfettamente la successione degli eventi.

 

“L’induzione del travaglio in pazienti nullipare, specialmente quelle con cervice sfavorevole… è associata a un rischio di parto cesareo significativamente aumentato.” E, ovviamente, la convinzione che a un cesareo possano seguire solo altri cesarei rimane un punto fermo per molti, se non per la maggioranza, dei medici ostetrici.

 

Taglio cesareo

 

Troppe donne si ritrovano a subire il cesareo. In alcuni ospedali nordamericani, in particolare negli USA, il 50% dei bambini nasce con cesareo. Ci sono paesi, come il Brasile, in cui la quota supera il 50%. Siamo di fronte all’assurdo della tecnologia medica. Che cosa comporta il taglio cesareo?

 

Innanzitutto, non si tratta di un intervento chirurgico di poco conto. E vanno prese in considerazione le complicazioni di un qualsiasi intervento, come l’infezione dell’incisione e dei tessuti sottostanti, nonché l’apertura della ferita (deiscenza) a qualche giorno dall’intervento. E il dolore. Non solo nei giorni successivi al parto, ma spesso anche nelle settimane successive e anche oltre. Tali complicazioni vengono spesso trattate con antidolorifici e antibiotici, e quindi si dice alla madre di non allattare , ma non è affatto vero che non si può allattare quando si assumono farmaci.

 

Il taglio cesareo comporta spesso:

 

• difficoltà della madre a muoversi e a trovare una posizione comoda per allattare,
• potenziale diminuzione del desiderio di allattare per via del dolore e del disagio,
• aumento della probabilità di separazione del bambino dalla madre: in alcuni ospedali, i bambini nati con cesareo vengono ancora ricoverati di prassi in terapia intensiva, anche quando si tratta di cesarei “di routine” e non dovuti a effettive indicazioni, mentre in realtà, anche se il cesareo si effettua perché le condizioni del nascituro sono preoccupanti, se alla nascita il bambino sta bene, dovrebbe rimanere con la madre in contatto pelle a pelle,
• aumento della possibilità che il bambino venga di prassi alimentato con il latte di formula attraverso il biberon per via della separazione dalla madre,
• maggiore probabilità di somministrazione di farmaci alla madre a volte a sua stessa insaputa (per esempio gran parte delle donne non sa di aver ricevuto un’iniezione di antibiotici durante l’intervento) o di somministrazione di ulteriori antibiotici e ossitocina dopo il parto.

 

Dolore dopo i primi giorni

 

Lo studio di Declercq E, Cunningham DK, Johnson C, Sakala C., “Mothers’ reports of postpartum pain associated with vaginal and cesarean deliveries: results of a national survey” (Associazione tra il dolore post partum riferito dalle madri e il parto vaginale e cesareo: risultati di un’indagine nazionale) [Birth 2008;35(1):16-24], ha riportato i seguenti risultati: “La difficoltà più frequentemente menzionata nel post partum apparteneva alle madri che avevano subito il taglio cesareo: il 79% di loro riferiva di aver avuto dolore al luogo dell’incisione nei primi due mesi, il 33% lo definiva un problema serio e il 18% sosteneva che perdurava a sei mesi dal parto. Le donne che avevano avuto un cesareo programmato senza travaglio avevano la stessa probabilità di soffrire di dolore dopo il parto di quelle che avevano vissuto il travaglio. Quasi la metà (48%) delle madri che avevano partorito per via vaginale (il 68% di quelle che avevano avuto un parto operativo, il 63% di coloro che avevano subito l’episiotomia e il 43% delle donne che avevano avuto un parto vaginale spontaneo senza episiotomia) riferiva di aver avuto dolori al perineo, che nel 2% dei casi si era protratto per almeno sei mesi.

 

Ovviamente, il dolore persistente poteva presentarsi anche in caso di parto vaginale, ma era tanto più probabile che la madre lo lamentasse quanti più erano stati gli interventi subiti.

 

Hai bisogno di aiuto per l’allattamento? Prendi appuntamento presso la nostra clinica.

 

Copyright: Jack Newman, MD, FRCPC Andrea Polokova, 2017, 2018, 2019

Translated from the original English by Renata Lo Iacono

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